martedì 12 aprile 2011

VIVERE O MORIRE

Ebbi a scrivere qualcosa, tempo fa, sui difensori della vita. Il mestiere che faccio, mi mette quasi tutti i giorni di fronte a quelle situazioni che provocano tanti dibattiti, che vengono in fondo strumentalizzati per creare fazioni. In realtà pochi sanno davvero entrare nel profondo della questione, perchè l'argomento coinvolge piani esistenziali che ognuno di noi vive ma senza conoscerne i meccanismi, ammesso che esista un meccanismo. Io partirei da una affermazione e cioe' che la vita è attivita'. Ma è necessario prima di andare avanti anche definire cosa significa attivita' vitale. 
Esistono vari gradi di attivita' biologica che dalla piu' bassa alla piu' alta trovano un significato nella potenza di relazione col mondo circostante. Una unita' funzionale biologica che è in grado di modificare in maniera significativa l'ambiente circostante possiamo dire che ha una forte attivita'. Nel caso dell'uomo, è facile distiguere persone che hanno un forte influsso sulla vita circostante ed altre che non ne hanno affatto. Bisogna anche aggiungere che questa attivita' va misurata anche in funzione della potenzialita', e cioè un bambino potenzialmente potrà diventare un grande uomo, per cui contiene un forte potenziale biologico. E' altresì importante cogliere gli aspetti piu' rilevanti dell'unita' funzionale in questione, e cioè si capisce che l'attivita' cerebrale nell'uomo è molto piu' significativa dell' attivita' muscolare, dal punto di vista dell'influenza sull'ambiente. Quindi tenuto conto di queste considerazioni non si puo' non riconoscere un grado di vitalità differente nei vari sistemi biologici.
In questo punto sorgono le prime diatribe, e cioè, ha senso parlare di vari gradi di vitalita'? Non potrebbe questo discorso sfociare in una pericolosa deriva eugenetica? Cioè ci teniamo i buoni ed eliminiamo i fallati. Ma non bisogna cadere in questo equivoco perché non è di questo che si parla ma della funzione della medicina in relazione al mantenimento delle funzioni vitali ad alta o bassa attività'. 
C'è un grosso equivoco che aleggia sulla medicina, specie alla luce dei progressi della scienza in questi ultimi anni, e cioe' che la medicina abbia un ruolo anche nella gestione della vita e della morte. E no! non è cosi', anche se apparentemente ed emotivamente si è portati a questa affermazione. La medicina è o dovrebbe essere un'arte che deve tendere a riequilibrare un organismo che ha uno svantaggio energetico, e cioè che spende piu' di quello che produce, e questo sia sul piano fisico che mentale. 
Se ci riferiamo ad una persona relativamente in buona salute, la medicina deve far si che quella persona si metta in condizioni ottimali per fare delle scelte. Cio' non vuol dire che se quella persona è in equilibrio scegliera' bene, potra' anche fare una scelta sbagliata, e se di questo se ne rendera' conto trovera' una soluzione il più' delle volte da solo,  se invece si inceppera' , mosso da quelle predisposizioni negative insite nell'uomo ( pensiamo ai vizi capitali) sviluppera' uno stato di squilibrio energetico che avrà ancora bisogno del medico.
Se ci riferiamo ad una persona con una grave compromissione psicorganica, è necessario da parte del medico saperne valutare il grado di irreversibilita' e nel caso di reversibilità', considerarne il residuo potenziale vitale. Ho detto è necessario, perchè la incapacita' di riconoscere allo stato dell'arte una condizione irreversibile, comporta una responsabilita' molto piu' grande di quella che non si pensi, e cioe' il mantenimento di funzioni vitali a bassa o nulla attivita' relazionale che non è piu' una funzione della medicina. Si fa una vera e propria invasione di campo non pertinente alla medicina. Mantenere un corpo che inesorabilmente sta concludendo la sua funzione è una azione contraria alla vita, che per sua natura è soggetta a un ciclo del quale noi conosciamo allo stato attuale dell'evoluzione solo la parte a noi visibile. Noi non conosciamo la cosiddetta morte, nessuno di noi vivi la conosce. E se la morte fosse come il sonno, cioe' come una fase di recupero energetico che è necessario alla ripresa di un'altro ciclo? Chi ce lo dice? E se così fosse noi ostacoleremmo un processo ancora piu' importante della vita che conosciamo. Sarebbe come accorciare i tempi di recupero della storia di un'anima, un attentato al processo di raffinamento dell'anima, che potrebbe comportare maggiore sofferenza. 
Come si vede siamo entrati in un argomento per cosi' dire occulto. Ma il mondo occulto non è altro che il resto di quello che conosciamo e vi sfido ad affermare che quello che conosciamo è piu' di quello che non conosciamo. Andare a mettere mano in questi ambiti è un vero atto di presunzione oltre che di imprudenza,  è il principio del peccato originale biblico di voler essere simili a Dio. 
Per quel che mi riguarda, ho potuto verificare che parlare con i parenti di un malato "senza speranza" è stato sempre, o quasi sempre, illuminante per loro. Ci si rende conto che la responsabilita' di fare tutto il possibile per mantenere in vita un corpo e non una persona, è un atto di grande responsabilita, non solo del medico ma anche di chi lo chiede, che sono sempre loro: i parenti. Quante volte mi sono trovato nell'imbarazzo di dovere intervenire, nonostante la richiesta del paziente di lasciarlo in pace, con i miei intrugli chimici sotto l'occhio vigile dei parenti che chiedevano di fare tutto il possibile. Ad onor del vero  devo dire che esiste tuttavia ancora un buon grado di ra
zionalita' che riesce a superare i sensi di colpa, o la cultura materialistica ideologizzata, tanto da far addivenire alla condivisione di lasciar fare alla natura il suo corso. Questa la mia esperienza. 
E lasciamo perdere la difesa della vita, che la vita si difende da se', ed è molto piu' complessa. Ci basti l'idea che riusciamo ad intervenire e a volte in maniera determinante su un corpo sano che si inceppa momentaneamente per poi riprendere la sua attività'. Così come ci prodighiamo ad assistere, aiutare una persona a vivere, facciamolo anche negli ultimi giorni aiutandolo a cedere il suo corpo agli elementi della terra senza sofferenze, serenamente,  anziché interferire con l'inesorabilita' della fine di un ciclo di esistenza. 
Per diventare come Dio c'è ancora molto da vivere e morire.

Nessun commento:

Posta un commento

bonivinuti!

Archivio blog