giovedì 18 agosto 2011

IL LEADER DELLA SINISTRA ...

Di Fabio Bonasera
Chi vuol essere il nuovo leader del centrosinistra? Il gioco è il solito, i nomi pure, le regole anche. La novità sta nel fatto che, ormai, dei tanti possibili antagonisti del centrodestra e del suo leader, Silvio Berlusconi, non ne è rimasto nemmeno uno capace di riscuotere un minimo di credibilità. Al punto che, se si andasse a votare domani, cosa che Pd e Sel temono quanto la peste bubbonica, si rischierebbe di non sapere a che santo votarsi. Il colpevole di questo vuoto di potere? Una corsa al massacro durata quasi 20 anni, dove il virus del cannibalismo politico ha preso il sopravvento sul buon senso e sullo spirito di servizio.

Il primo a farne le spese è stato Achille Occhetto, spazzato via dal Cavaliere come niente fosse alle prime politiche, quelle del 1994, tenutesi con il sistema maggioritario. Dopo il ribaltone ordito da Massimo D’Alema con la complicità di Umberto Bossi, è stato il turno di Romano Prodi. L’unico capace di battere Sua Emittenza. Per ben due volte. Troppo pericoloso per le ambizioni degli squali di scuola Pci, al punto da vedersi scavare la fossa sotto i piedi in entrambe le occasioni dai suoi stessi alleati. Senza che gli avversari dovessero muovere un dito. Che dire poi di Francesco Rutelli? Umiliato come Occhetto, ma alle politiche del 2001, e costretto a “mangiare pane e cicoria” per tirare la volata, nel 2006, proprio al professore. Talmente ridimensionato da trovare solo in tempi recenti il coraggio di tornare a farsi vivo, con un partito che sì e no avrà l’1% dei consensi in tutta Italia.Inguardabile la parabola di Walter Veltroni, per anni grande manovratore della coalizione insieme a D’Alema, e bruciato dalla sua stessa inconsistenza, oltre che ambizione, al pari del compagno di origini lucane. Il Pd, in fondo, lo avevano costruito per lui. Arrivando a defenestrare per la seconda volta un mostro sacro come Prodi. E siccome, si sa, errare è umano e perseverare è diabolico, un errore tanto eclatante non poteva passare inosservato agli occhi degli elettori. Risultato: alle politiche del 2008, Silvio sul trono di palazzo Chigi e Veltroni vituperato dalla base del proprio partito, al punto da dover fare spazio prima a Dario Franceschini e poi a Pier Luigi Bersani. Quelle stesse elezioni fanno registrare un evento clamoroso: l’esclusione dal Parlamento, per la prima volta nella storia repubblicana, dei partiti della cosiddetta sinistra radicale. Fuori, quindi, Fausto Bertinotti, Alfonso Pecoraro Scanio, Oliviero Diliberto. Un vuoto di potere che decreta l’ascesa di Nichi Vendola. Troppo anticonformista, tuttavia, il segretario di Sel, per ambire al ruolo di leader del centrosinistra, inadatto a captare i consensi dell’elettorato moderato e cattolico. Soprattutto incapace di gestire il conflitto di interessi da lui stesso generato, mettendo Alberto Tedesco – pare glielo abbia suggerito D’Alema - alla guida dell’assessorato alla Sanità della Regione Puglia, con tutte le conseguenze giudiziarie che ne sono derivate.

Per non parlare di Bersani, uno che negli anni ha dimostrato che il suo unico talento è quello di imbucarsi alle feste. Totalmente negato, il segretario del Pd, nella scelta dei propri collaboratori. Da Filippo Penati a Franco Pronzato, la lista è lunga. E le bucce di banana innumerevoli. Insomma, facendo quattro conti, rimane ben poco: D’Alema, fresco anche lui di scandali giudiziari, come quello che vede coinvolto il suo fido collaboratore, Vincenzo Morichini, non è nuovo a figure barbine. Dai complotti alle spalle di Prodi alla casa a equo canone a Roma, dal patto della crostata a quello delle sardine, per arrivare a un finanziamento illecito percepito, come da lui stesso ammesso, negli anni’80. Poco credibile, quindi, anche l’ex presidente del Consiglio.

Resterebbe Piero Fassino, più preoccupato, però, di garantire un seggio sicuro in Parlamento alla moglie, Anna Maria Serafini - toscana ma non si sa perché eletta in Sicilia alle ultime politiche – che di scalare i vertici del partito. Anche perché l’attuale sindaco di Torino un cuor di leone non lo è mai stato. Meglio accontentarsi della guida di una roccaforte come il capoluogo piemontese – alla quale pare sia arrivato grazie all’aiuto ricevuto alle primarie dalla ‘ndrangheta – che tentare la sorte sfidando chi ai Ds, al Pd e a chiunque altro le ha quasi sempre date di santa ragione.

Altri candidati? Antonio Di Pietro è, come Vendola, troppo poco trasversale e spesso in rotta con il Pd. Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini di mischiarsi con le sinistre non ci pensano nemmeno. Si potrebbe tentare di riesumare Prodi. Si dice che non ci sia due senza tre. E poi è l’unico kamikaze che non ha ancora capito che quando lo tirano in ballo è solo perché si faccia impallinare dopo aver abbattuto il nemico.

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