Ho letto lo scritto dell'Arcivescovo Nunnari, e ringrazio Cenzino Ciofi che me ne ha fatto partecipe.
Devo dire che, per quanto ammiri lo sforzo di ricerca dei pensieri espressi da illustri personaggi del mondo cattolico, dai Pontefici ai grandi uomini che si sono impegnati nella trasformazione del pensiero cristiano in attività' politica, ho ravvisato nella lettera una certa carenza pedagogica.
Ho sempre avvertito una distanza fra il linguaggio dell'omelia, specie quella più' teologica, e la possibilità' di essere recepita come messaggio pratico di vita, non tanto per i cosiddetti bigotti per i quali rappresenta un paravento dietro il quale nascondere le proprie miserie, quanto per quelli che si dedicano all'attività politica. Con il dovuto rispetto per lo spessore intellettuale dell'Arcivescovo, mi permetto di obiettare che manca il codice di comprensione nei confronti di chi non ha capito il senso della politica, pur praticandola. Come dire che ci si rivolge a chi già sa. Mentre credo che il Nostro si rivolga ad una platea, a mio avviso, colma di un senso comune culturalmente assestato della politica che fa da muro di gomma al nobile invito. In questo ambito, le parole della lettera, temo facciano la fine dei semi caduti fra i sassi.
Fra chi ha deciso e decide di far politica indubbiamente c'è stato e c'è chi lo ha fatto per nobili motivi, chi ha creduto di promuovere il genere umano attraverso quella necessita' evidenziata nella citazione iniziale della lettera di S.Tommaso. Il fatto è che il Potere logora non solo chi non ce l'ha ma anche i politici più' benintenzionati. La vanità' è il peccato preferito del diavolo, proprio perché è quello più' facile da compiere, e poi è il più' antico. Basta guardarsi intorno e… dentro, per notare la bontà di questa affermazione.
La vanità è una manifestazione di esagerazione inconsapevole, viene amplificato il significato di una dote, o peggio di un desiderio. Si può' essere belli e godere di questa dote, ma se si è vanitosi, si da' alla bellezza una esagerata connotazione che ne affievolisce lo splendore; si può' ricevere il potere di decidere nel sociale, ma se questo potere lo usi per godere del successo, anche se le cose che fai sono buone, stai deviando l'obiettivo e finirai per ridurre il valore della tua opera. A volte la spinta può' essere talmente forte che si è vanitosi anche di qualità che non si hanno.
Sin dai primi momenti della storia dell'Uomo è possibile riscontrare la vanità, già' Adamo voleva somigliare al suo Creatore. D'altronde l'uomo è l'unica creatura che possiede una proiezione intuitiva verso Dio, e ciò' lo porta naturalmente a desiderare di sondare l'onnipotenza divina.
Questa spinta verso l'onnipotenza spirituale è più' forte della consapevolezza dell'incrostazione materiale. Questo slittamento, questa perdita di aderenza alla condizione terrena genera il mostro della vanità': sentirsi al di sopra di tutti, credere di essere un condottiero, un artista, un filosofo, o il più' bravo meccanico, il miglior venditore, quello che sa parlare meglio, che sa cantare, che ha la più' bella voce, quello più' agile…e se mancano talenti positivi ? non c'è problema, si può' arrivare ad essere vanitosi dei propri difetti: il più' grande criminale, il più' furbo, il più imbroglione, il più' imbecille…il più' sfigato, ( a tal proposito noto una punta di vanità' addirittura in pazienti che enumerano come trofei gli interventi chirurgici che hanno subito)
Essendo la politica potenziale portatrice di potere, di successo, non può' che essere un'attività' ambita sopratutto da chi è più' avido di successo e di potere. Il mezzo usato per riuscire nell'impresa viene costituito sia da pregi sia da difetti, indistintamente. L'importante è che sia condito con la vanità'. Berlusconi è stato un recente esempio illuminante di quello che dico. Mi spiego, quando la vanità' del politico fa da specchio alla vanità' dei suoi elettori e quando questi sono in numero sufficiente, il gioco è fatto e la premessa della democrazia va a farsi benedire. Si perché l'altra verità' non comunemente espressa è che l'elettore persegue il successo ed il potere alla pari del politico che vota. Se questi è capace di evocare successo, potere, benessere, libertà', sogni, desideri, sai quanti ne pesca di pesciolini nella rete?
Ottima, a tal proposito quella descrizione di Kerber della democrazia, che va conquistata e non basta sceglierla sulla carta.
Insomma il punto della questione è come fare per sconfiggere la vanità', o quanto meno ridurne l'intensità'. Basta dire che è deleteria? Basta dire che sono cattivi e che andranno all'inferno i vanitosi potenti e impenitenti ? No, non hanno orecchie per intendere questa musica. E allora bisogna suonare la loro musica. L'approccio non deve essere da insegnante, come dire, ti dico io come devi fare. Ma da consapevole vittima insieme a loro del disastro che si va delineando. Dopo migliaia di anni, l'insegnamento socratico della maieutica non viene preso in considerazione. Chi si propone di insegnare, si deve porre come una levatrice che aiuta a partorire una nuova nascita, un nuovo pensiero. Non come chi pretende di fare un trapianto, dopo aver estirpato il male.
Dobbiamo far vedere il disastro che provoca il loro comportamento. Loro non sanno il male che fanno…ricordiamo le parole di Cristo sulla croce che chiedeva al Padre di perdonarli. Ed anche qui un'altro fulcro della questione. Gesu' dice al Padre: " perdona loro... ", ma prima Egli li aveva già' compresi. Lascia al Padre il perdono, perché sa che la carne umana è troppo debole e reattiva per non sentire il dolore dell'offesa. Ma la comprensione tocca a noi. Chi conosce il vantaggio del bene comune deve saperlo insegnare, far vedere dentro il dolore che può' provocare una politica utilitaristica. Scendere a parlare con un linguaggio diretto, con l'esempio e con il rigore dell'autocritica, ammettendo le proprie debolezze. Ma attenzione, non per un "mea culpa" penitenziale nei confronti del Padre, ma per una logica utilità' nei confronti dei fratelli (il prossimo tuo…). Chi è sufficientemente avveduto, sa che non si sopporta un insegnante che ha gli stessi nostri difetti e non importa di quanto meno intensi.
La laicità' della politica dovrebbe essere salvaguardata al fine di salvaguardare il valore di un messaggio autentico portato da un uomo, il politico appunto, che non deve apparire come il portatore di verità' religiose, ma come un ricercatore di equilibri sociali, un costruttore di strumenti per il raggiungimento degli scopi superiori dell'esistenza. La sfida col divino è una questione individuale, il politico dovrebbe costruire e rimaneggiare la macchina sociale mettendola in condizione di funzionare. La politica non dovrebbe entrare nel dibattito delle questioni di coscienza ( aborto, divorzio, testamento biologico, omosessualità', ecc ecc) la cui legislazione dovrebbe essere semplicemente affidata ad una maggioranza temporanea. E' ovvio che l'uomo politico abbia le sue convinzioni morali e religiose alle quali nel suo progetto politico non potrà' fare a meno di riferirsi. Ma farne di queste una bandiera, comporterà' un inevitabile settarismo. Abbiamo esempi nel mondo di culture monolitiche che raggiungono connotati di fanatismo esasperati. No, credo proprio che la religione possa ispirare il politico ma non ne debba costituire una bandiera politica. E a tal proposito vorrei far notare la strumentalizzazione della religione per fini elettorali praticata dal mondo cattolico nell'era democristiana (croce su croce), anche qui consumandosi un attentato verso la democrazia.
Quindi, per concludere, cercare una complicità' verso il bene condiviso, una complicità' umana con la parte migliore di ogni uomo che pur se nascosta, esiste.
Non è ottimismo o buonismo, è esperienza personale e professionale, quella che poi in definitiva conta per ognuno di noi, quella vera e autentica.



